“Ma poi non te ne vai via, rimani lì.”

Quell’amara ironia che ti lascia stranito durante i titoli di coda, forse era questo che Tarantino voleva quando diede vita a Pulp Fiction, uno dei film più importanti della storia del cinema americano. Lui stesso assicura nelle interviste che nonostante il film ti lasci scosso e inquieto, non puoi fare a meno di continuare a guardarlo fino alle fine.

Fa parte della trilogia “trilogia pulp”, e così come lo definisce il titolo, il film parla di vicende forti, violente, crude – e talvolta assurde – realtà del mondo poliziesco e gangster.

Il genere Pulp era in origine prettamente letterario (romanzi stampati su carta prodotta dalla polpa del legno, di scarsa qualità). L’inventore di questa  tecnica di stampa recitava “La vicenda è più importante della carta”, e così si badava poco all’estetica in cui il racconto veniva presentato, dando maggior rilievo ai contenuti, persond70c72021e6a032c2eb2539278a2b3d7aggi e situazioni.

Tarantino con i suoi film porta al limite il genere, e la punta è proprio Pulp Fiction. Scenari anonimi, ambienti degradati, la carta di poco conto su cui risaltano attori eccellenti, oggi stelle assolute di Hollywood: Tim Roth, Samuel L. Jackson, John Travolta, Uma Thurman, Bruce Willis.

Dialoghi eccezionali, schietti, veloci, curati nel minimo dettaglio, si afferra subito il senso dell’intera pellicola divisa in tre episodi, poi intrecciati tra loro, per ricongiungere ogni personaggio guidandolo verso nascita, sviluppo, distruzione.

Così come la narratologia insegna, Tarantino si affida a regole e tecniche precise per far combaciare ogni dettaglio e rendere l’intera opera coerente con se stessa, proprio perché fabula e intreccio sono ben distinte tra loro. I due rapinatori all’Hawthorne Grill, una piccola caffetteria; i gangster Vincent e Jules che lavorano per Marcellus Wallace, e Mia, moglie del boss; il pugile Butch e la sua ragazza Fabienne. Personaggi e situazioni che in apparenza non hanno nessun legame, si legano grazie al sottile filo della trama ideata.

Le scene violente nelle azioni e dissacranti nei dialoghi, lasciano trasparire una profonda filosofia sul senso dell’esistenza, che culmina con il monologo di Jules (Samuel L. Jackson) guardando negli occhi Ringo (Tim Roth) mentre gli punta in faccia la sua pistola.

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Non è semplice la visione di Pulp Fiction, ma le due ore e mezza scorrono fluide, lasciando agli attori tutto il tempo di mostrare la loro bravura e di saper dare sfoggio dell’arte della recitazione con pochi strumenti a disposizione. Proposto nelle sale nel 1994, porta Travolta, Jackson e la Thurman alla candidatura agli Oscar. E’ oggi film di Cult, tanto parlato e di effetto in molte scene, fa da maestro per molte altre produzioni venute anni dopo.

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